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Il mistero degli Etruschi

Perugia

Tracce di insediamenti umani, dal Paleolitico all’età del Bronzo sono state rinvenute nel territorio ma non sull’altura su cui sorge Perugia. Le testimonianze archeologiche della città iniziano con quella fase della civiltà del ferro, comune a tutta l’Etruria, che va sotto il nome di Fase Villanoviana (IX-VIII sec. a.C.). Rinvenimenti sporadici fin dal secolo scorso, spesso con scarsa nozione di contesti archeologici precisi (sepoltura o abitato), sono stati confermati da ritrovamenti più recenti e così si può oggi affermare tranquillamente che l’altura poi occupata dalla Perugia storica aveva insediamenti più o meno sparsi fin dall’Età del Ferro. Praticamente assenti sono le testimonianze relative alla fase detta orientalizzante (importantissima per il resto dell’Etrutria), che coincide sostanzialmente con il VII secolo a.C.. Questa “latitanza” può avere varie cause: a parte la casualità dei ritrovamenti, è possibile che tombe arcaiche molto vicine alla cerchia muraria siano state cancellate da costruzioni che si sono succedute continuamente nel corso dei secoli; oppure, probabilmente, Perugia - troppo lontana dai porti del Tirreno dell’Etruria marittima (in contatto commerciale con l’Oriente) e dalla Magna Grecia - non ha avuto la possibilità di svilupparsi come i centri dell’Etruria meridionale e difficilmente si è organizzata in forma urbana. Resta il fatto che non sappiamo che tipo di occupazione o che sviluppo abbia avuto Perugia in tale periodo. Questa incertezza si riflette anche nelle fonti antiche che riportano tradizioni apparentemente contrastanti sull’origine etnica di Perugia: Plinio (Naturalis Historia III, 113), Servio (Ad Aeneidem X, 201), la dicono fondata dagli Umbri Sarsinati ma in un altro passo (Ad Aen. X, 198) Servio afferma che il fondatore della città fu l’etrusco Auleste, padre (o fratello) di Ocno, fondatore di Felsina (Bologna) e Mantova. D’altra parte Stefano di Bisanzio (Etnika, s. v. Perraision) e Appiano (B.C. V 49) ci informano che Perugia fu una delle prime città della dodecapoli etrusca. Queste connotazioni di carattere alternativamente umbro o etrusco si adattano bene ad un centro dalle caratteristiche proprie delle città di frontiera come Perugia, aperta in direzione del Trasimeno e della Toscana etrusca e in posizione dominante sulla vicina valle Umbra e sulla riva destra del Tevere, fiume che marcava il confine tra Umbri ed Etruschi ma che ne permetteva anche contatti culturali e scambi commerciali. Anche il periodo arcaico (VI sec. a.C.) non è - almeno finora - molto attestato a Perugia, mentre alcune tombe principesche nel contado (San Valentino, Castel S. Mariano) hanno restituito ricchissima suppellettile di alta qualità consistente in bronzi e vasi attici a figure nere, segno di una organizzazione del territorio non ancora urbanizzato, retto su base guerriera-gentilizia. Di poco più tardo (fine VI sec. a.C., cioè fase “tardo arcaica”) è il Sarcofago dello Sperandio (Necropoli settentrionale) decorato a basso rilievo, che presenta sul lato lungo un probabile ritorno da una guerra o razzia di bestiame e prigionieri legati fra loro con funi passanti sul collo. Questo sarcofago, così come cippi e altre suppellettili rinvenuti a Perugia, sembrano - per stile e materiale usato - fabbricati in officine chiusine. Ciò dimostra la dipendenza commerciale e culturale di Perugia da Chiusi in questo periodo. I primi documenti riferibili con certezza ad un centro urbano etrusco appartengono al pieno VI secolo a.C.. Oltre alle tombe che restituiscono anche ceramica attica a figure nere, abbiamo un documento eccezionale: sul fondo esterno di una coppa di bucchero è graffito un alfabetario completo in lettere che rimandano all’alfabeto etrusco settentrionale. Ma è nel V sec. a.C. che la definizione urbana di Perugia può considerarsi finalmente raggiunta: i materiali si fanno più consistenti numericamente e qualitativamente e, in particolare nelle deposizioni funerarie, compaiono ceramiche attiche a figure rosse giunte a Perugia forse per il tramite di Vulci, mentre per altri aspetti il referente è ancora Chiusi. Nel IV sec. a.C. Perugia è una città in piena espansione economica, come testimoniano la monumentale cinta muraria e le necropoli disposte intorno ad essa, indice anche di un aumento della popolazione. Non c’è dubbio che la città assume un ruolo che prima non aveva e in conseguenza sviluppa una nuova autonomia almeno economica e commerciale. Questo fenomeno non è isolato ma riguarda tutti i centri dell’Etruria settentrionale e interna (dal bacino del Tevere alla val di Chiana: Chiusi, Orvieto, Cortona, Arezzo, ecc.), in conseguenza della contrazione del versante marittimo dell’Etruria determinato dall’espansione di Roma da un lato e dalla minaccia di potenze quali Cartagine e alcune città della Magna Grecia e Sicilia dall’altro. Proprio verso la fine del IV sec. a.C. Perugia è nominata per la prima volta nelle fonti classiche (Diodoro Siculo, Livio) per vari scontri con Roma nel 311 e 308 a.C. e per la partecipazione nel 295 a.C. (durante la III Guerra Sannitica) alla “battaglia del Sentino” che vede la sconfitta delle forze etrusche, italiche e celtiche. Ma nonostante questo e altre ribellioni, la città sembra mantenere il suo benessere economico anche nel secolo seguente, tanto che nel 216 e nel 205 a.C., aiutò Roma contro Annibale e Cartagine inviando uomini e mezzi, in particolare frumento e legname (Livio XXIII, 17,11 e XXVIII 48, 19). Dopo la distruzione di Volsinii (Orvieto) ad opera dei romani nel 264 a.C., Perugia ne assume il ruolo di centro di smistamento commerciale verso la valle tiberina. Non a caso in età ellenistica (III, II sec. a.C.) aumenta il numero delle necropoli distribuite sul territorio. Nelle urne ivi rinvenute, le formule onomastiche rivelano una forte presenza di esponenti del ceto servile e affrancati (cioè ex schiavi) come ad esempio i Cai Carcu e i Cai Cutu (Cristofani,1984, pp. 84 ss.; Feruglio, 1988, p. 2), questi ultimi probabilmente giunti a Perugia in seguito alla caduta di Orvieto. La progressiva romanizzazione di Perugia è segnata da fatti importanti quali il consolato nel 130 a.C. del perugino Perperna e l’accesso alla classe senatoriale di famiglie come quella dei Vibii (Torelli, 1981, p. 270). Dopo la “guerra sociale” 90 - 89 a.C., Perugia viene nominata municipio. Il bellum perusinum, nel 40 a.C. tra Ottaviano e Lucio Antonio (fratello di Marco Antonio), asserragliato nella città, e la strage compiuta da Ottaviano Augusto di 300 patrizi perugini (Dione Cassio, XLVIII, 14, 4) sanciscono la fine della presenza di Perugia nelle fonti letterarie. Tuttavia la città ricostruita da Augusto stesso e insignita del titolo di Augusta Perusia, continua a restituire materiali per tutta l’età imperiale e quando tra il 251 e il 253 d.C. fu imperatore l’umbro Vibio Treboniano Gallo, ebbe anche il titolo di colonia (come è scritto sulle porte). Dell’impianto urbanistico di Perugia etrusca e romana si possono fare ipotesi basandoci solo sulle porte ancora ben conservate perché scarsi sono i resti in loco. Le due porte principali, l’Arco di Augusto e la Porta Marzia, dovevano essere certamente collegate dal cardo che, risalendo da Via Ulisse Rocchi, passava per l’attuale corso Vannucci e da qui scendeva alla porta Marzia in direzione nord - sud, mentre una via trasversale - il decumanus - doveva congiungere l’Arco dei Gigli a est con la Porta Trasimena a ovest. Le due arterie s’incrociavano probabilmente nei pressi dell’attuale Duomo ove, con molta verosimiglianza, era il foro e poco più in alto l’acropoli. Altre strade formavano un reticolo ma, data la conformazione collinare, la viabilità non poteva avere un piano regolare. Dalle porte principali uscivano le strade che collegavano Perugia con le altre località dell’Etruria e dell’Umbria. I resti monumentali di età etrusca consistono soprattutto nella cinta muraria, con le porte e le necropoli extraurbane. Del centro cittadino, sempre abitato e soggetto a distruzioni e cambiamenti, è rimasto ben poco. L’unico monumento ancora integro è il Pozzo Etrusco.

Si consiglia di iniziare la visita proprio dal Pozzo Etrusco e poi fare il giro delle Mura, che danno anche un’idea della conformazione della città e toccano interessanti punti panoramici. Si avverte che il giro completo delle mura è piuttosto lungo ed il percorso frammentato; a chi desiderasse seguirne soltanto una parte, si consiglia di percorrere almeno il primo tratto descritto (da Piazza Rossi Scotti a via C. Battisti) senza però mancare di visitare le Porte. Si raccomanda poi una visita all’Ipogeo dei Volumni (a Ponte S. Giovanni) e al Museo Archeologico Nazionale. Ingresso: Piazza Piccinino. Orario visite: Lun. - Ven. 9 - 13; 15 - 17, sabato e festivi 9 - 13. Il pozzo, risalente probabilmente al IV secolo a.C., è scavato nel conglomerato detto tassello mandorlato ed ha una profondità di m. 35,60, anche se non se ne conosce l’esatta dimensione a causa dei detriti che ancora ne ingombrano il fondo. Ha una sezione cilindrica di m. 5,60 rivestita, a partire dall’alto, per 17 filari, di blocchi di travertino di dimensioni non sempre regolari. Alcuni di questi blocchi presentano incisa una lettera (forse segni di cava o per la messa in opera). In più punti il rivestimento è ricoperto da incrostazioni calcaree formate dall’acqua che scende da qualche sorgente che alimenta il pozzo. Due enormi travi o capriate in travertino formate da cinque blocchi che si reggono a incastro, sono incassate nelle pareti del pozzo e sorreggono i grossi lastroni di copertura, ora rimaneggiati. Su questi si apre una canna di attingimento a sezione quadrata, di epoca più tarda, che presenta su un blocco una risega (scanalatura) dove passava la corda per attingere l’acqua. La canna è di circa 4 metri e arriva al piano stradale, in Piazza Piccinino dove da alcuni anni è stata ricollocata la vera medievale del pozzo. Ingresso: Ristorante Mondrian, Via Bonazzi, 45 (angolo Via Caporali) Recentemente restaurata e resa accessibile al pubblico, la cisterna è simile per struttura al pozzo Sorbello ma di dimensioni minori (profondità m. 8, altezza m. 2,98, diametro m. 2,64). La cisterna risale al III secolo a.C.. Capriate e travi in pietra sostengono la copertura. Sopra questa ci sono resti di pavimento in opus signinum (detto anche “coccio pesto”) di periodo più tardo (II - I sec. a.C.). Anche la canna è rivestita di opus signinum per impermeabilizzarla. Sia la cisterna che il pozzo si trovano vicino alle mura urbiche, rispettivamente ai piedi del Colle Lanone e del Colle del Sole e ciò non pare causale ma risultato di un progetto finalizzato a risolvere il problema del non facile approvigionamento idrico della città. Il pozzo sfrutta sorgenti d’acqua mentre la cisterna è un collettore (anche se vicino doveva esserci stata una sorgente). Entrambi erano, quindi, edifici pubblici. La cisterna fu poi privatizzata e infine cadde in disuso. Si tratta di un progetto urbanistico straordinario per qualità e stato di conservazione. Le mura sono rimaste sempre in vista dal tempo della loro costruzione; si estendono per un percorso di circa tre chilometri facilmente ricostruibile anche nelle parti mancanti. Sono costruite a secco (cioè senza l’uso di malte) in blocchi di travertino per lo più regolari e senza torrioni di rinforzo. La datazione è controversa: attribuita genericamente al III sec. a.C., è da alcuni abbassata al II sec. a.C. cioè in piena romanizzazione. Sembra invece molto più verosimile farne risalire la costruzione al IV sec. a.C. Si può iniziare il giro delle mura dalla piazza Rossi Scotti che è sorretta da arconi del 1374 addossati alle mura etrusche. Scendendo per via delle Prome, attraverso una interessante scalinata, si giunge in via Bartolo e si seguono le mura fino alla porta. È questo uno dei tratti meglio conservati - anche perché sigillato dalle case medievali costruite sopra - e più interessanti. Qui le mura lasciano e riprendono la direzione Nord-Est con un andamento a zig-zag, con curve brusche alternate a tratti dritti. L’ultimo tratto si raccorda con i torrioni della porta nota come Arco Etrusco o Arco di Augusto, e detta nei documenti medievali Porta Pulcra. I torrioni trapezoidali, rastremati verso l’alto, presentano i primi filari di blocchi, fino a circa metà dell’altezza, disposti a scaletta, mentre nella parte superiore sono lisci e lavorati in modo più accurato come i tratti di mura che immediatamente precedono e seguono la porta; ciò può far pensare ad una sopraelevazione successiva e ad un ampliamento delle mura in questo tratto contemporanei alla monumentalizzazione della porta che, come la opposta Porta Marzia, va datata tra III e II secolo a.C.. Tale differenza tra mura e porte potrebbe spiegare l’incertezza delle datazioni. La porta si apre obbliquamente rispetto alle mura, presenta una volta a botte ed è incorniciata da due file di conci disposti a raggiera su cui è iscritto Augusta Perusia. Sopra la modanatura, due filari orizzontali (su uno dei quali si legge l’iscrizione colonia vibia) sono sormontati da un fregio di colonne e scudi con significato chiaramente apotropaico (magico, contro le influenze maligne). Ai lati dell’arco, nei triangoli sporgono due pietre, ormai del tutto consumate, quasi certamente resti di due sculture rappresentanti due teste, come nella Porta Marzia. Il fregio costituisce la base di un altro arco (ora murato) circondato da un solo filare di conci radiali e da una modanatura aggettante. Quest’arco superiore è incorniciato da due lesene con capitelli ionici. Si prosegue per via Cesare Battisti ove il tratto di mura è lungo e ben conservato. Dopo una decina di metri circa dal torrione occidentale, le mura hanno uno scarto e presentano una smussatura come in via Bartolo, ma in maniera meno accentuata; anche qui la parte superiore sembra sopraelevata: i filari più in alto sono lisci e di colore più chiaro. Le mura poi piegano verso Ovest - Nord Ovest, formando un ampio arco. In questo punto, nel 1977, è stata riscoperta una postierla (piccola porta per il passaggio pedonale) celata da una porticina lungo le scalette di Via Appia (le cui chiavi sono in possesso della CESAP).

Il percorso all’interno della postierla fu poi usato per far passare i tubi dell’acquedotto medievale (1278-80) risolvendo così i problemi di far salire l’acqua in città senza interrompere le mura etrusche. Dal ponte che scavalca la via Appia, guardando verso sinistra, si vede un arco certamente medievale, anche se non si può del tutto escludere che, in antico, vi fosse una porta . Le mura proseguono verso Ovest seguendo l’andamento del terreno (in via del Verzaro, nella Facoltà di Scienza della Formazione, è visibile un tratto del lato interno delle mura), piegano poi verso Sud-Ovest alternando tratti parzialmente visibili (via del Poggio, via della Siepe) ad altri nascosti dalle case; si giunge quindi alla porta Trasimena (o di san Luca) che ha base etrusca e coronamento medievale. Dopo la porta, le mura si interrompono fino a via della Canapina e subito dopo, con una curva, si dirigono verso Sud-Ovest e costeggiano la parte sottostante via della Cupa ove è visibile un tratto del camminamento di ronda. Nel 1946 è stata scoperta una postierla del tutto analoga a quella di Via Appia e parzialmente interrata. Quindi le mura fanno una brusca curva verso est fino alla via San Giacomo dove si apre la porta della Mandorla, con arco medievale. Essa presenta blocchi originali etruschi sul lato destro sino all’impostazione dell’arco ancora visibile, mentre sul lato sinistro i blocchi sono rimaneggiati e infatti frammenti dell’iscrizione si trovano in basso: vib (quanto resta della scritta Vibia) e in alto: us (da Augusta o da Perusia) mentre il frammento col (da Colonia) si trova addirittura nella adiacente via del Paradiso. Dopo la porta le mura si dirigono, con un percorso abbastanza rettilineo, fino alla torre Donati (si vedono affacciandosi da viale Indipendenza), ma con la costruzione della rocca Paolina (1540) da parte di papa Paolo III, una gran parte di esse è andata completamente perduta. La stessa porta Marzia fu spostata in avanti di circa 3 metri dall’architetto Antonio da Sangallo e incorporata nel muro della rocca; è la seconda porta monumentale di Perugia, rivolta verso Sud, cioè verso Roma e unita all’arco di Augusto da un percorso viario interno (cardo). Sopra la porta, ornata da una fila di conci a raggiera e da una cornice aggettante, corre l’iscrizione Augusta Perusia e, sopra questa, è scolpita una balaustra tra pilastrini corinzi su cui si affacciano i busti di figure maschili e due teste di cavalli; si tratta - con ogni probabilità - della triade di divinità poliadiche (cioè protettrici della città) costituita da Giove (etrusco Tinia) e dai dioscuri (Castore e Polluce) con i loro cavalli. I quattro pilastrini ed altri due laterali più alti sostengono un filare di pietra con l’iscrizione Colonia Vibia; nei triangoli a destra e a sinistra dell’arco sono scolpite due teste. La sistemazione monumentale della porta è sicuramente posteriore alle mura e si può far risalire ad epoca ellenistica. La porta Marzia è ora isolata e per ritrovare altri resti di mura dobbiamo arrivare alla porta sant’Ercolano (Porta Cornea), anche questa con base etrusca e arco medievale (ora sormontato da un leone romanico, così come già visto ai lati delle Porte Trasimena e della Mandorla). Dopo la porta, le mura hanno un percorso non del tutto chiaro: probabilmente dovevano compiere uno scarto (un tratto è visibile all’interno di “la Libreria” e del “ristorante Sole” in via Oberdan) e si addentravano molto profondamente nella città lasciando fuori una parte del centro medievale. Alcuni tratti sono visibili all’interno di edifici (Ottica Galli, in via Alessi) o tra le case (via della Pazienza). Si giunge così all’ultima porta (arco dei Gigli o dei Montesperelli) con coronamento medievale ma con tracce dell’arco originario sulla destra. Attraverso un altro percorso (ora non visibile) le mura si raccordavano all’acropoli, da dove abbiamo iniziato il nostro giro. Da notare che la maggior parte delle porte non si apre nei tratti in cui le mura hanno un andamento regolare ma quasi sempre dopo scarti improvvisi (Arco Augusto, Arco della Mandorla, porta Marzia - secondo quanto documentato dal Bonfigli - Arco dei Gigli e, presumibilmente anche le porte Trasimena e sant’Ercolano). In sostanza il percorso segue il crinale delle colline ma non in maniera assoluta, probabilmente adattandosi a esigenze di difesa.

MUSEO ARCHEOLOGICO
Delle necropoli extra-urbane, la più vasta e importante è certamente quella del Palazzone (Ponte san Giovanni) che ha restituito numerose sepolture e spesso, nel corso di lavori edili ed agricoli, continuano a venirne alla luce di nuove .Si tratta di una necropoli che si estende per un arco di tempo piuttosto ampio ma con una concentrazione soprattutto nel periodo che va dal III sec. a.C. alla romanizzazione. I reperti principali sono costituiti da urne per lo più in travertino, a forma di cassa quadrata decorata con motivi a fiori o scudi, teste di gorgone, oppure con scene mitologiche. Il coperchio è a doppio spiovente (che imita il tetto di una casa) oppure è costituito da due pelte (scudi) di profilo. Alcune urne presentano invece il ritratto del defunto e, più raramente, di una coppia. Questo tipo di urna è tipico del territorio perugino, sino alla zona del Trasimeno (da Castiglione del Lago a Chiusi le urne sono rettangolari). Quasi tutte recano un’iscrizione in alfabeto etrusco (da destra a sinistra) e, le più tarde, in latino o bilingue. Le tombe da cui provengono sono sparse per la campagna e di frequente risultano sconvolte; alcune, di varia grandezza, scavate nel tufo, sono visitabili anche se non di facile accesso.La tomba più famosa è l’ipogeo della famiglia gentilizia dei Velimna (Volumni in latino), uno dei più importanti in tutta l’Etruria in questo periodo (III sec. a.C. circa), ubicata lungo la ss. 75 bis vicino al passaggio a livello.La tomba fu scoperta durante i lavori di scasso per la costruzione di una strada nel 1840. È profonda rispetto al piano stradale e vi si accede tramite una ripida scalinata che termina davanti ad una porta che conserva ancora la lastra di chiusura, architrave e stipiti: su quello di destra corre una iscrizione verticale che ci informa che la tomba fu costruita da Arnth e Larth Velimnas, figli di Aules.L’interno, molto ampio, riproduce una casa italica, con al centro l’atrio, coperto da un soffitto a doppio spiovente con columen (trave) centrale e travi laterali.

Su ambo i lati si aprono cubicula (stanzette) e, in fondo, il tablinum (stanza principale di soggiorno). Questo è coperto da un soffitto a cassettoni con testa di gorgone.Nel triangolo del timpano di accesso al tablinum è scolpito uno scudo con gorgone tra due busti maschili e due spade mentre sopra la porta di ingresso alla tomba, sul lato opposto, un altro scudo è sorretto da due delfini; ai lati di questi restano tracce di una figura alata che pare un demone infernale.Gli otto cubicula laterali sono decorati lungo le pareti e i due ai lati del tablinum hanno soffitti scolpiti a cassettoni.La tomba era predisposta per ospitare diverse generazioni come dimostrano l’ampiezza e le banchine che corrono tutt’intorno. Invece solo il tablinum contiene delle urne. In fondo, in posizione centrale, c’è l’urna/sarcofago del capofamiglia Arnth Velimnas, figlio di Aules, disteso sulla kline (letto da banchetto), che poggia su un basamento a dado con dipinta, al centro (ne restano tracce) una porta, quasi certamente quella degli inferi, fiancheggiata da due figure alate femminili (lase) che tengono una torcia in mano. Altre quattro deposizioni maschili si trovano alla sinistra di Arnth, in posizione banchettante, mentre alla sua destra è rappresentata una figura femminile seduta che l’iscrizione ci indica essere Velia, sua figlia. Accanto ad essa un’urna in marmo, a forma di tempietto, reca una iscrizione in latino, ripetuta in etrusco, relativa a Publius Volumnius Violens Cafatia natus. Per motivi a noi ignoti la tomba, dopo una generazione, è stata abbandonata e riaperta oltre due secoli più tardi da un “nostalgico” discendente ormai romanizzato. Gli oggetti che facevano parte della tomba sono andati dispersi o sistemati in museo.L’Antiquarium, nell’atrio intorno all’ingresso della tomba, ospita numerose urne a cassa quadrata variamente decorate (e altre semplicissime), provenienti dalla circostante necropoli del Palazzone.Altra tomba gentilizia importante è quella di San Manno a Ferro di Cavallo (via Gregorovius) appartenente alla famiglia Precu, come si apprende dall’iscrizione che corre lungo una parete. La tomba, abbastanza superficiale e conosciuta da secoli, è completamente vuota ma presenta un’interessante architettura (non infrequente nella zona - cfr. Bettona e Chiusi) con volta a botte e due nicchie laterali (anche queste con volta a botte) e rivestitimento a blocchi di travertino non uguali per dimensioni ma disposi in filari regolari e molto accurati.La tomba su cui è stata costruita una chiesetta medievale (San Manno appunto) è attualmente proprietà dell’Ordine dei cavalieri di Malta, a cui ci si può rivolgere per la visita.Lungo la s.s. 75 (Trasimena), all’altezza del semaforo vicino a San Manno, sono visibili resti - fra cui probabilmente quelli di una porta - che fanno presupporre l’esistenza in loco di una necropoli.Ricordiamo poi la necropoli dello Sperandio (fuori porta Sant’Angelo), i cui ricchi materiali, databili dalla fine del VI sec. a.C. in avanti, si trovano al Museo Archeologico di Firenze mentre il famoso sarcofago è conservato presso il Museo Archeologico di Perugia.





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